WeMake Stories: leggi la storia di Allergo Kì!

posted on agosto 31st 2017 in Featured & MIR & News & Opencare & WeMakeStories with 0 Comments

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Allergie e intolleranze alimentari sono molto diffuse, ma i locali di ristorazione spesso non sono in grado di proporre piatti gustosi e privi dei principali allergeni. Entra anche in gioco un senso di disagio da parte di chi deve spiegare e giustificare le domande sulla composizione dei piatti proposti nei menù. Il team Allergo Kì sta costruendo un “sistema” visivo/tecnologico da adottare nei luoghi di ristorazione per garantire a chi ha allergie alimentari un ambiente rilassato e conviviale.

Monica Zambolin, Interaction designer
Nicoletta Faltracco, Graphic designer

Che cos’è il progetto Allergo Kì?

N: Il progetto è nato inizialmente da un’esperienza del nostro quotidiano: Monica soffre di intolleranze alimentari al lattosio e al glutine e per questo motivo ha difficoltà a mangiare fuori casa. Allergo Kì nasce nel 2015 a seguito di un’uscita in un locale di ristorazione dove non solo abbiamo dovuto individuare i piatti che Monica poteva tranquillamente mangiare, ma abbiamo avuto un problema di carattere psicologico: come si è sentita a dover spiegare a tutto il personale di sala le sue esigenze sentendosi un po’ il dito puntato addosso come la rompiscatole della situazione?

M: …l’intollerante…l’allergica…la maniaca…la cliente rompiscatole…

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N: Purtroppo Monica è intollerante a una cosa che non si vede, parliamo di qualcosa che trovi in alcuni alimenti non trattati e spesso in quelli a lunga conservazione.

M: Sì, infatti, lattosio e glutine sono molecole presenti in molti cibi che le contengono naturalmente e in quasi tutti i cibi a lunga conservazione, quindi è molto difficile individuarli nei menù che sono scritti senza delle regole precise e omogenee. L’unica regola che esiste è che dal 2011, secondo Regolamento Europeo, gli operatori del settore alimentare devono indicare le informazioni sugli allergeni presenti negli alimenti e generalmente i ristoratori compilano e presentano ai clienti una lista posta alla fine del menù o in un raccoglitore dedicato, quindi si tratta di un elenco generico e indipendente dal contenuto effettivo del piatto singolo.

N: È così che abbiamo cominciato a riflettere su questa situazione in cui possono trovarsi molte persone. Entrambe veniamo da un background legato alla comunicazione, io sono una Graphic designer e lei è una Interaction designer. Ci siamo chieste se potevamo fare qualcosa di utile per aiutare le persone con allergie e intolleranze alimentari a comunicare e spiegare le proprie esigenze senza essere obbligate a esporsi e rovinare un po’ il momento conviviale della cena, insomma anche per riuscire a vivere bene il momento dell’uscita e del mangiare fuori casa!

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Come avete impostato il progetto?

N: Abbiamo fatto tutto un lavoro su quali strumenti comunicativi usare e abbiamo deciso di muoverci come prima cosa su un kit che stiamo cercando di progettare e assemblare. Il prototipo lo abbiamo fatto qui a WeMake. Diciamo che nei primi giorni di Maker In Residence il nostro lavoro di design si era arenato su questo step e ci siamo rese conto che avevamo bisogno di altri input che siamo riuscite a raccogliere grazie ad alcune interviste a dei ristoratori milanesi che sono state preziose per sviluppare questo prototipo.

M: Si tratta di un kit che va consegnato al ristoratore.

N: Poi c’è l’altra parte del progetto relativa a un portale di prenotazione per persone con allergie e intolleranze alimentari, e poi un’ultima parte dedicata ad amici e parenti per aiutarli, grazie a piccole illustrazioni smart o tramite piccoli consigli, a comportarsi quando si va a mangiare fuori casa con una persona che ha allergie o intolleranze alimentari.

M: Non si tratta di informative sulla sicurezza alimentare, ma piuttosto di norme di comportamento. Ad esempio se sei a tavola con una persona, come me, che ha l’intolleranza al glutine devi stare attento alle briciole di pane. Le persone che sono a tavola con me non hanno le stesse problematiche che ho io e quindi giustamente avranno il loro pane, che contiene farina, quindi glutine. Il pane si sbriciola, se delle briciole cadono sulla forchetta, la forchetta viene contaminata e contamina il contenuto del mio piatto. Tutto questo avviene a tavola e non a monte in cucina. Quindi cercare di lavorare con illustrazioni sui supporti che abbiamo a tavola o nello spazio del ristorante e spiegare la situazione, facendola notare, usando l’illustrazione in una forma più colloquiale e meno predittiva aiuta a prevenire situazioni pericolose di questo tipo. Vogliamo evitare di essere pesanti e di usare il divieto “attento, non fare questo e quello”, vogliamo comunicare ed educare contemporaneamente evitando le imposizioni.

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Com’è fatto il kit?

N: Siamo partite da una lista di elementi da mettere in questo kit che andavano dalle linee guida su come progettare un menù, dall’elencare tutti gli ingredienti, dal segnalare le cose con un’iconografia riconoscibile, dall’uso intelligente delle tovagliette, dalla presenza di altri supporti utili per il ristoratore. Alla fine ci siamo concentrate sul segnalatore di allergie al tavolo. Qui a WeMake ne abbiamo realizzato il prototipo attraverso la macchina taglio laser e stiamo inoltre cercando di capire quale materiale è meglio usare per il prodotto finale.

N: Il segnalatore è di forma circolare composto da due corone suddivise in settori dove sono segnalati con delle icone gli allergeni alimentari; il cliente deve girare le corone e posizionarle in corrispondenza dell’indicatore giallo segnalando le sue allergie alimentari. Fatto questo, lo appoggia vicino o sul suo piatto in modo da far vedere al cameriere quali allergie ha e favorirgli la lettura per fargli scrivere correttamente la comanda che andrà in cucina con l’ordine.

M: Non è una cosa tecnologica, è un oggetto pulito, facile, intuitivo che si mette a tavola. Eravamo partite con delle idee ultratecnologiche, ma poi abbiamo fatto una serie di riflessioni e siamo tornate all’analogico. È stata la mossa più umana che si poteva fare, anche perché stiamo parlando di una condizione umana. Io, in prima persona, sono anche contenta di non dover dare necessariamente a un sistema digitale il controllo di questa mia esigenza.

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Questa è una scelta quasi controcorrente: spesso si pensa che la tecnologia aiuti a comunicare, fare, accorciare i tempi.

N: Sì, la nostra è una scelta controcorrente e aggiungerei innovativa. Quello che si pensa della tecnologia, nel nostro progetto viene messo in secondo piano.

M: Le tecnologie ci aiutano e ci aiuteranno a produrre gli oggetti; per noi sono lo strumento che usiamo e non il risultato.

Cosa comprende il kit oltre al segnalatore?

M: L’idea è di avere un pack con dentro: magliette, stickers, linee guida per la compilazione del menù, una smart guida per istruire il personale di sala sull’utilizzo di questi strumenti che andremo a posizionare sul tavolo, un manuale sulla sicurezza alimentare, un biglietto da visita con i dati del ristorante da consegnare ad un nuovo cliente che non conosce Allergo Kì, così che rimanga memoria del ristorante che aderisce a questa rete. Come ti dicevo prima, parte del progetto prevede la realizzazione di un portale di prenotazione al ristorante. Per esempio, io ho un’intolleranza alimentare e voglio essere sicura quando vado a mangiare fuori casa, mi creo il mio account e attraverso il portale prenoto in un ristorante dove so che troverò lo staff competente, che sa come comportarsi anche grazie alla formazione e agli strumenti del Kit Allergo Kì.

Come avete svolto la vostra ricerca?

N: Grazie alla nostra esperienza e alle interviste che abbiamo fatto a diversi ristoratori abbiamo individuato un gap comunicativo tra il cliente, il personale di sala e la cucina. Il personale di sala molto spesso non sa quali allergeni contengono gli alimenti presenti nei piatti del menù o cosa fa lo staff della cucina e deve fare avanti e indietro più volte per chiedere informazioni ai cuochi. Ed è qui che vogliamo posizionarci. È proprio nel momento in cui si parlano cliente e cameriere che c’è una perdita di informazioni e con i nostri strumenti di comunicazione visiva presenti nel kit vorremmo colmare questo buco; il problema non si manifesta con il personale di cucina perché è preparato in quanto obbligato a seguire corsi sulla sicurezza alimentare.

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Le interviste sono state utili?

N: Certo! Non tutti sono stati disponibili, ma diciamo che siamo riuscite anche a parlare con persone molto preparate che ci hanno aiutate a considerare il problema da un altro punto di vista.

M: Ci sono clienti che si inventano intolleranze e si contraddicono con le diverse ordinazioni che fanno (chiedere la pasta senza glutine e poi mangiare il pane!). Per i ristoratori e il loro staff un punto cruciale è distinguere chi ha una reale esigenza alimentare e chi no.

M: Un altro locale ci ha fatto riflettere sulle dimensioni che deve avere il segnalatore al tavolo: i tavoli sono sempre più piccoli (il minimo regolamentare è 80×80) e questo dal punto di vista del design è molto rilevante.

Come siete arrivate a opencare e alla MIR?

N: A gennaio ho frequentato un corso con Alessandro Contini sulle UX/UI Design e in quell’occasione ci aveva parlato del progetto opencare. Al corso con il mio gruppo ho creato una app per la terapia in viaggio. Dopo qualche mese il mio gruppo è stato contattato con la proposta di partecipare alla Maker In Residence per sviluppare la app che avevamo pensato. Le altre ragazze erano impegnate e io ho quindi proposto il progetto Allergo Kì. L’idea era nata appunto nel 2015, ma il progetto era ancora in fase embrionale, preparando il materiale per la selezione su Edgeryders abbiamo ripreso in mano e rivisto tutto.

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Il format della MIR vi sembra utile?

N: È utile il fatto di poter realizzare concretamente un prototipo e di poter scambiare idee sul progetto con altre persone che hanno un background, esperienze e con professionalità diverse da noi con cui avere confronti e feedback.

M: Conoscevamo Agile come metodo, ma non l’avevamo mai praticato: accorcio, riduco, snellisco l’obiettivo e lo raggiungo. Se appena arrivate avevamo un’idea, l’abbiamo cambiata dopo un confronto di gruppo, piano piano siamo andate avanti, piuttosto che arenarci abbiamo deciso di cambiare rotta sfruttando al massimo le due settimane di MIR.

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