Un orecchio antropologico a WeMake

posted on luglio 10th 2017 in Featured & News & Opencare with 0 Comments

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In un post precedente abbiamo presentato la ricerca etnografica che Federico Monaco, sociologo del Dipartimento di Medicina e Chirurgia dell’Università di Parma sta conducendo presso WeMake.
La ricerca nasce dall’esigenza di documentare e analizzare le pratiche di design e implementazione di opencare che stiamo sviluppando all’interno di un progetto europeo del programma Horizon 2020.
Una interessante tecnica che l’etnografo sta utilizzando è la registrazione di suoni d’ambiente, conversazioni e rumori presso il nostro fablab.

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Abbiamo notato che oltre a prendere appunti, fare foto e girare video registri molti file audio. Puoi farci capire meglio perché?

Un primo motivo è la sua semplicità. Non ricerco una qualità altissima del suono registrato; oramai è sufficiente una app sullo smartphone per registrare ciò che avviene in un ambiente.
Quello che mi interessa è di descrivere con i suoni -un soundscape- cosa succede in un particolare luogo (o più luoghi se si tratta di una perlustrazione sonora, o soundwalk).

Cosa cerchi in particolare?

Nei suoni vado a ricercare degli elementi di continuità e discontinuità, l’assenza o meno di voci e rumori. La finalità è la ri-costruzione di un ordine del senso acustico a WeMake per poterlo codificare e interpretare. Mi piace ri-ascoltare cosa sia avvenuto; il sonoro rispetto al visuale può essere molto più avvolgente, capace di creare un abbraccio intimo con l’etnografo e rivelare molte sfumature che sfuggono agli informatori stessi e che un ascolto condiviso e commentato può portare a comprendere processi tanto collettivi quanto taciti. Nell’etnografia classica (o coloniale) gli informatori sono, anzi erano dei nativi con i quali l’etnografo intrattiene conversazioni e a cui chiede spiegazioni dei comportamenti culturali propri della cultura d’appartenenza. Uno dei problemi è che la voce dell’informatore o dell’etnografo stesso veniva considerata più autorevole rispetto ad altre in una comunità di parlanti complessa come quella di una cultura o un contesto professionale e creativo come un fab lab.
La cosa su cui paradossalmente lavoro spesso è il silenzio.
Ai fini di una pratica interpretativa il silenzio si presenta come qualcosa di inscrutabile. Solo la conoscenza del contesto ci permette di comprendere se il silenzio sia una assenza di attività o sia qualcosa di previsto, su cui si è convenuto (un esempio per tutti: il silenzio collettivo della preghiera), che indichi ai presenti che tutto procede bene. A WeMake ho rilevato poche volte il silenzio, ma posso affermare che significa che tutto va, anzi è andato bene e che con le macchine ferme i makers e designers siano in un momento di riflessione – o perché no?- di futura progettazione :)

È un periodo di intensa attività a WeMake; cosa stai rilevando di interessante?

Sto registrando diversi ambienti, le macchine e le conversazioni in diversi momenti della giornata. Ascoltandoli ci presentano scenari sociali diversi e lontani che si materializzano in modo diverso in momenti diversi della giornata per intensità e numerosità di suoni. Rispetto ad altri luoghi dove si progettano soluzioni per l’healthcare, o luoghi di cura il panorama sonoro di un fablab è unico, anche rispetto a contesti come gli uffici, i laboratori, le catene di montaggio. È questa unicità polifonica, più vicina alla spontaneità dell’ambiente domestico o della città, dove l’eterogeneità delle storie, soluzioni e problemi si intrecciano quotidianamente che mi interessa.
Non sono solo la presenza e il movimento di più o meno persone ad essere registrati, ma anche il contributo sonoro delle macchine e dei dispositivi di comunicazione e collaborazione.
WeMake è all’apparenza un posto caotico e dispersivo. Uno studio del quotidiano permette non solo di interagire collaborativamente, ma di destreggiarsi tra i simboli e significati dei vari spazi e delle diverse attività.
È la pratica di ascolto che rende i soundscapes registrati ricchi di ritmi, voci e suoni comprensibili e informati di senso, un senso sicuramente polifonico e politonico che si sviluppa in un contesto come quello di WeMake sempre in sviluppo e ridefinizione. Ci sono routine e abitudini personali, ma difficilmente ho rilevato la stessa cosa nel dispiegarsi della vita collettiva a WeMake.
Ogni giorno si vive insieme in modo differente a seconda degli impegni, delle attività, degli spazi, degli oggetti che passano da una mano all’altra e soprattutto degli stati emotivi.

Ne parleremo meglio in FabLife il workshop etnografico organizzato per il 17 luglio dalle 19 alle 21 presso WeMake.

Voglio farvi ascoltare cosa ho registrato a WeMake in diversi momenti della giornata: l’alba, il lavoro del mattino, la pausa pranzo, il lavoro nel pomeriggio, l’attività continua delle stampanti 3D (di cui ho creato un mash-up con un quartetto d’archi) e il temporale serale.

È sempre lo stesso luogo, ma nel riascoltare diventa esperienzialmente distinto dagli elementi presenti che possono emergere nelle note che prendo o nelle istantanee che scatto.
Nelle situazioni e momenti più intensi di lavoro non ho rilevato un aumento di suoni o del loro volume, ma anzi la capacità di delegare a macchine (le stampanti 3D) la stampa in ore notturne, o l’utilizzo di “silenziosi” spreadsheet che vengono rilevati nei suoni solo come un complicato ticchettio sulle tastiere dei portatili. Piuttosto ci sono delle fasi, forse sono le meno produttive quelle in cui il rumore (di fondo) aumenta prima che un ordine costituito emerga. A volte basta una frase, o trasformare un problema in strumento per rendere concreto e raggiungibile un obiettivo. Ciò che è certo è che il fablab è un luogo di produzione, ma anche di convivenza continua di persone, macchine e pratiche in spazi e tempi. Tutto ciò emerge chiaramente nelle registrazioni.

Pensi di utilizzare la registrazione di suoni anche per il progetto opencare di cui WeMake è un partner?

È una tecnica a cui mi sono avvicinato durante i corsi di Antropologia che tenevo proprio per le professioni sanitarie, in particolare per le Scienze ostetriche. Avevo coinvolto le allieve in due attività: una di ricerca sui parti in casa pubblicati su youtube, l’altra sui suoni della maternità. Alcune di loro avevano registrato, o ricercato suoni con l’obiettivo di analizzare aspetti culturali e descrittivi di ciò che avveniva. Come esempio vi faccio ascoltare il soundscape di un reparto maternità:

Dell’orecchio antropologico se ne sa poco ancora e nello sviluppo stesso della propria visione professionale si predilige spesso la vista rispetto agli altri sensi. Anche metaforicamente “mettersi in ascolto” è cosa ben diversa dall’osservare il paziente. Questa cosa la ripeto spesso agli studenti.

Come procedi? Spiegaci meglio perché registri dei suoni.

La registrazione di suoni a WeMake diventa un modo semplice e poco invasivo di fare etnografia e creare dei documenti di memoria e interpretazione di cosa avviene.
Spesso i silenzi, le interruzioni, l’ingresso di nuove voci nel campo di registrazione permettono di codificare le attività e le situazioni e ricostruire un senso collettivo di ciò che avviene. A volte registro cose insolite, altre volte le riunioni o le chiacchierate con gli informatori. Mi dispero quando a microfono spento assisto a momenti diciamo “evocativi” della cultura presente e conversazioni intense e significative.
Posso registrare per ore e riascoltare senza trovare nulla di utile, ma un ascolto a distanza di tempo pone le cose in modo diverso ed è il tempo stesso a impreziosire il documento sonoro, quasi avesse acquisito valore invecchiando come un vino.

Nel caso di file audio ci ha già fatto sentire qualcosa di insolito e interessante, vale a dire un mash-up di rumori di stampanti 3D e di un brano eseguito da un quartetto d’archi. Come utilizzi queste registrazioni per la ricerca e, soprattutto, perché hai creato questo mash-up?

Quando ho visto 4 stampanti funzionare insieme e produrre tanta varietà di suoni contemporaneamente ho subito pensato ad una partitura e al fatto che l’orecchio di un maker allenato a cogliere ritmi e tempi della stampa 3D su diverse macchine potesse “sentire” in modo diverso dal mio. Ho quindi pensato ad un modo possibile di collegare l’universo del linguaggio e sonoro con questi rumori in una chiave estetica eguagliando innanzitutto una corrispondenza numerica tra stampanti e esecutori di brani e pertanto ho pensato ad un quartetto. Il passo successivo è stato breve nel trovare un brano che potesse essere sovrapposto alla registrazione delle 4 stampanti (3 per la manifattura additiva ed una per la stereolitografia).

Cosa intendi dire?

Tante e diverse sono le attività che producono suoni, come le riunioni, le macchine in funzione, i corsi e le abilitazioni, i progetti e lo sviluppo di prototipi e soluzioni. Ascolto suoni di tante fabbriche quanti sono i prodotti creati, le discussioni in videoconferenza e in presenza. Come in epoca proto-industriale è possibile parlare di arti clamorose per raccoglierne un comune senso compiuto, arti che appartengono più a una fucina che a una catena di montaggio, sempre nuove, sempre innovate.

Qual è la registrazione che ti ha colpito in modo particolare?

È stato anche un modo di documentare la nascita di mia figlia e di creare campioni sonori di luoghi e pratiche sociali che hanno fatto da scena lirica all’affacciarsi di questa nuova “vita come voce/voce come vita”. Il momento in cui Demetra nasce e inizia a piangere scinde inesorabilmente l’ascolto di questo mp3 in un prima e un dopo e come la natura prorompa in un contesto istituito e disciplinato come quello di un ospedale. Nell’etnografia della nascita il momento del parto coinvolge l’etnografo stesso; registrare il suono permette di avere a disposizione una testimonianza orale e sensoriale del momento, forse più significativa della consueta testualità delle note scritte sul campo. Vorrei approfondire quanto ascoltare una nascita corrisponda a infrangere un tabù, a viverlo come un rituale negativo.
Ascoltate.

Perché ti sei interessato ai suoni? Come hai cominciato?

È una forma di ricerca poco battuta e fa riferimento a campi di conoscenza come l’Etnomusicologia, l’Antropologia del suono, la Bioacustemologia, i Sound studies -che comprendono anche lo studio critico e sociale degli strumenti musicali, elettronici soprattutto. Anche gli studi di genere si possono applicare ai panorami sonori.
A WeMake donne e uomini creano rumori differenti. Sono le pratiche che nei suoni si rappresentano a noi in un modo differente; “le arti clamorose dei makers” le ho chiamate. L’ipotesi da cui sono partito è che i makers interpretano e vivono i suoni del fablab in modo diverso da me.
I suoni aiutano ad esempio a capire chi sia presente nel fablab e cosa stia facendo, oppure se sia in fase di design o di produzione.

Ascoltiamo prima la macchina da cucire:

e poi il trapano a colonna:

Volendo cercare come donne e uomini fanno cose differenti con i suoni (dei soundmakers) sono affascinato dagli studi di genere nel contributo sperimentale alla storia della musica elettronica, cosa di cui se ne parla molto poco.
Nomi come Bebe Barron, Else Marie Paud, Suzanne Ciani, Annette Peacock, Wendy Carlos, fino a Laurie Anderson, hanno caratterizzato e sperimentato musica elettronica nelle tecniche, strumenti e suoni sin dagli esordi. Hanno portato all’ascolto della musica elettronica milioni di persone abituandole a suoni che all’epoca erano specifici di una platea aulica e nascosta.
Vi racconto una breve storia quanto affascinante: durante la Seconda Guerra mondiale, una bambina inglese crebbe circondata dal suono della nefasta magia dell’allarme antiaereo nei sobborghi londinesi di Coventry. Nel Dopoguerra una volta scartata dalla RCA come tecnico del suono in quanto donna, Delia Derbyshire compose presso il Radiophonic Workshop della BBC diversi brani originali fra cui la prima sigla di Doctor Who creando lei stessa loops con nastri magnetici e registrazioni sperimentali.

Sono storie affascinanti e che danno finalmente un taglio critico alla rappresentazione sociale -ancora fortemente basata sul genere maschile- sull’innovazione, la sperimentazione musicale.

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Pensi ci siano punti di contatto tra ricerca antropologica del suono e musicisti?

L’etnomusicologia ha in ciò un ruolo fondamentale. Fin dai primi contatti di musicisti occidentali con culture esotiche c’è stata una forte contaminazione e rivisitazione di generi e composizioni con forme musicali e sonore sino ad allora sconosciute. Faccio spesso riferimento a come l’orchestra gamelan abbia influenzato Colin McPhee, un compositore canadese sposato con Jane Belo, un’antropologa, che si stanziò con il marito a Bali negli anni Trenta, andando a far parte di un gruppo di artisti e intellettuali europei e nordamericani che vi vissero diversi anni, affascinati dalla cultura balinese.
Tra di loro anche gli antropologi Gregory Bateson e Margaret Mead, tra i primi a lavorare in modo creativo con foto e video e concepire la ricerca come un bricolage. Il mio approccio è multisituato e soprattutto tiene in forte considerazione diversi strumenti per rilevare le pratiche durante l’etnografia.
Per dare un’idea di cosa intendo, vi propongo l’ascolto di un esempio di etnomusicologia con un lavoro a mio giudizio molto interessante. Wayne Marshall ha creato un brano a partire dalle sue registrazioni quale ricerca sui taxi di Kingston in Giamaica: “Taximan
Tale brano si presenta come documento etnografico in quanto riporta momenti, situazioni, suoni e dialoghi dell’esperienza; al tempo stesso ritmo e melodia composta dai diversi frammenti rende piacevole e interessante l’ascolto.
Il brano era stato utilizzato durante il Seminario “Sensing the Unseen” a Boston che ha riunito diversi esperti di Bioacoustemology e Anthropology of Sound. Mentre Marshall suonava con il proprio pc il brano una esperta di linguaggio muto traduceva i suoni in gesti. Peccato che il video sia andato perduto durante problemi di hosting. Ho contattato sia Wayne Marshall che la segreteria del Dipartimento di Antropologia del MIT, ma mi hanno entrambi confermato con dispiacere che la video-registrazione dell’evento è andata perduta per sempre. Cose che succedono anche nella prima Università al mondo…

 

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Questo progetto è stato finanziato dall’Unione Europea nell’ambito del programma per la ricerca e l’innovazione Horizon 2020, accordo N. 688670.

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