The Forest Observation Platform

Ideato e realizzato da Madeleine Beltrandi e Mathilde Magada Cahill

Progetto: YOURBAN

Il progetto europeo YouRban ci ha permesso di entrare in contatto con otto creativi italiani che hanno fabbricato il prototipo di un elemento di arredo urbano a WeMake. Gli otto creativi sono i vincitori di una call dedicata a progetti realizzati con una materia prima seconda derivata da fibre di vetro.

Madeleine e Mathilde parlateci un po’ di voi, qual è il vostro percorso?

Siamo una coppia di designer con un forte interesse nell’esplorazione della relazione tra i luoghi e i loro abitanti. Siamo cresciute e ci siamo formate tra Italia e Francia, attraversando contesti rurali e urbani. Oggi cerchiamo di mettere in discussione le percezioni convenzionali di questi ambienti, lavorando su visioni, pratiche e interazioni rigenerative. Siamo attualmente lavorando a un progetto di arredo urbano interspecie per il Bosco La Goccia a Milano. Parallelamente stiamo promuovendo la partecipazione civica alla costituzione di un compost di quartiere, a Bagnolet a Parigi. Tra le nostre attività c’è la costruzione di nuovi scenari di servizio per le aree remote nelle Alpi.

Come siete venute a conoscenza di YouRban e cosa vi ha spinto a candidarvi?

Abbiamo scoperto YouRban tramite i social. Il nostro legame con il Bosco La Goccia comincia prima della nostra candidatura: la nostra collaborazione è nata circa tre anni fa, quando ci siamo incontrate durante un workshop del Politecnico di Milano, incentrato sulla progettazione multispecie e quindi su come includere nel progetto anche il punto di vista di altre specie, non solo quello umano, svoltosi all’interno de “La Goccia”, Candidarci a YouRban è stato un modo per riprendere dei concetti elaborati in quella fase e dare forma concreta alla ricerca che avevamo iniziato allora, portandola fuori dal contesto accademico e trasformandola in qualcosa di reale, tangibile e visibile per i cittadini.

Ci descrivete il vostro progetto?

Il nostro progetto si chiama The Forest Observation Platform ed è un arredo urbano modulare pensato per il Bosco La Goccia, a Nord di Milano: un luogo molto particolare, ex area industriale oggi al centro di processi di rigenerazione che intrecciano memoria, ambiente e futuro urbano. L’idea alla base del progetto è creare un’interfaccia lenta e rispettosa per le persone e per il bosco. Invitiamo i visitatori a rallentare, cambiare punto di vista e osservare davvero come funziona questo ambiente, non come semplice paesaggio ma come un habitat condiviso tra più specie.

Infine, il progetto è pensato come un’azione locale ma replicabile: realizzato con tecniche di digital fabrication, semplici e accessibili, in collaborazione con realtà come WeMake Milano, vuole essere un prototipo che aiuta i cittadini a percepire la ricchezza della foresta urbana e a immaginare la città come uno spazio condiviso, dove la cura inizia dall’attenzione.

Da dove nasce l’idea? C’è stato un momento preciso, un’immagine, un luogo o un problema che ha acceso la scintilla?

Il progetto nasce da un approccio di progettazione multispecie: abbiamo lavorato sul campo, osservando direttamente il Bosco e confrontandoci con ricercatori, esperti di biodiversità e gruppi del Politecnico di Milano. Questo ci ha portato a spostare il focus da una visione superficiale della natura a un’attenzione più specifica verso alcune specie e le loro modalità di vita, con una posizione etica chiara: non intervenire, non nutrire, non disturbare, ma osservare in modo discreto l’ambiente intorno a noi.

Come entra la materia prima seconda nel vostro progetto?

Un aspetto importante del progetto è il lavoro sui materiali, che utilizziamo come strumento narrativo. Le piattaforme incorporano delle “tracce” della foresta: i percorsi degli insetti diventano pattern tridimensionali, l’erosione dell’acqua viene tradotta in texture, e la corteccia degli alberi viene rilevata tramite scansioni e trasformata in superfici tattili. In questo modo l’osservazione diventa anche un’esperienza fisica e sensoriale.

A chi è rivolto il tuo intervento? Chi immagini mentre lo usa, lo abita o ci passa davanti?

Il progetto è pensato innanzitutto per chi attraversa (o potrebbe attraversare) il Bosco La Goccia. Oggi, questo luogo, è ancora in gran parte inaccessibile: molte persone passano davanti ogni giorno senza sapere cosa si nasconde dietro il grande muro grigio. In questo senso, il dispositivo vuole anche essere un modo per “aprire” simbolicamente queste porte, rendere visibile la presenza della foresta e invitare ad avvicinarsi. Ci immaginiamo quindi abitanti del quartiere, studenti, ricercatori, ma anche visitatori occasionali: qualcuno che scopre il luogo per la prima volta, qualcuno che rallenta passando, oppure chi torna spesso e sviluppa una relazione più attenta con questo ambiente.
Allo stesso tempo, il progetto è stato progettato a partire dall’osservazione specifica della foresta della Goccia, ma con l’idea di poter essere adattato e replicato anche in altri contesti verdi urbani. Non è un progetto progettato per un solo contesto, ma un dispositivo replicabile che può dialogare con ecosistemi diversi. Infine, non è rivolto solo agli esseri umani. È pensato anche in relazione agli altri abitanti della foresta (insetti, piccoli mammiferi, piante, acque, …) cercando di non interferire con i loro comportamenti ma di lasciare spazio a una coesistenza più consapevole.
Lo immaginiamo come qualcosa di aperto: non un oggetto da usare in modo funzionale, ma una presenza che invita a cambiare atteggiamento. Più che fare, si tratta di imparare a osservare, ad ascoltare, a riconoscersi parte di un ambiente condiviso.

Cosa sta succedendo adesso, durante la residenza? In che fase siete e cosa state sperimentando?

In questo momento siamo nella fase di finalizzazione del prototipo. Dopo tutto il lavoro di ricerca e sperimentazione, stiamo mettendo a punto gli ultimi dettagli costruttivi e assemblando il dispositivo nella sua forma finale. Parallelamente, stiamo lavorando a un booklet che racconta il processo: dalla ricerca iniziale sul Bosco La Goccia, fino alle scelte progettuali e materiche che hanno portato alla realizzazione del prototipo. Sarà uno strumento importante per accompagnare l’allestimento a Barcellona, perché ci permetterà di rendere visibile tutto ciò che non si vede immediatamente nell’oggetto finito.

Se il vostro progetto svolgesse la funzione che avevate immaginato, come potrebbe cambiare — anche di poco — la vita delle persone che lo incontreranno?

Potrebbe far cambiare il punto di vista che i cittadini hanno sugli spazi verdi e la natura (in città o no). Ci piacerebbe che le persone una volta entrati in contatto con The Forest Observation Platform possano rallentare, fermarsi, sedersi, sdraiarsi, salirci sopra in piedi e… osservino. Ci auguriamo che l’osservatore cambi leggermente il proprio punto di vista: da uno sguardo veloce e distratto a un’attenzione più precisa e curiosa verso l’ambiente che hanno intorno e i suoi abitanti. Forse qualcuno inizierebbe a notare cose che prima passavano inosservate… i segni degli insetti, i movimenti, le trasformazioni del suolo, la presenza di altre forme di vita oltre che quella umana. E da lì potrebbe nascere una consapevolezza diversa: l’idea che la città non sia solo uno spazio umano, ma un ambiente condiviso.
In breve, il cambiamento che immaginiamo è questo: passare da una relazione di sfondo con la natura a una relazione di attenzione. E magari, da quell’attenzione, far nascere anche una forma di cura.

Cosa pensate che il design e l’arte possano fare per la città che la politica o l’urbanistica da soli non riescono a fare?

Che domanda, potremmo scriverci un libro!

Nella nostra visione, crediamo che il design e l’arte riescano a fare qualcosa che la politica e l’urbanistica, da sole, faticano a produrre: non si limitano a organizzare lo spazio, ma attivano le relazioni che lo rendono vivo.
Nel nostro lavoro, ad esempio, il punto non è semplicemente intervenire su un luogo, ma trasformarlo in un dispositivo capace di generare incontro, attenzione e nuove forme di relazione non solo tra persone, ma anche tra specie diverse. Questo avviene spesso attraverso pratiche di co-progettazione, che permettono di coinvolgere direttamente gli abitanti e far emergere bisogni, desideri e sensibilità che nei processi più istituzionali restano invisibili.

Un altro aspetto fondamentale è la capacità di lavorare sugli immaginari. La politica tende a muoversi dentro ciò che è già considerato possibile, mentre il design e l’arte possono aprire scenari alternativi, proporre altri modi di abitare la città e renderli percepibili, quasi tangibili. In questo senso, il ruolo del designer non è tanto quello di risolvere problemi in modo tecnico, quanto di agire come catalizzatore: mettere in relazione attori diversi, facilitare processi e trasformare visioni in esperienze concrete.

Infine, c’è una dimensione più sottile ma fondamentale: quella simbolica e sensibile. Il design e l’arte lavorano su come un luogo viene percepito, su cosa significa per chi lo vive. Ed è proprio lì che si costruisce un senso di appartenenza.

 

Contatti:

  • email: hello@compostudio.eu
  • Instagram : @compostudio_