The Care Square
Ideato e realizzato da GINEVRA BATTAGLIA
Progetto: YOURBAN
Il progetto europeo YouRban ci ha permesso di entrare in contatto con otto creativi italiani che hanno fabbricato il prototipo di un elemento di arredo urbano a WeMake. Gli otto creativi sono i vincitori di una call dedicata a progetti realizzati con una materia prima seconda derivata da fibre di vetro.
Ciao Ginevra, raccontaci un po’ chi sei, cosa fai e qual è la tua storia e le tue aspirazioni?
Sono Ginevra Battaglia, cantautrice e artista multidisciplinare. Il mio percorso nasce anche da studi in antropologia, che hanno influenzato profondamente il mio sguardo: lavoro con attenzione al relazionale, all’individuo e alle dimensioni della cura. Accanto alla musica, esploro diversi linguaggi – dalla fotografia alla scultura, dalla pittura alla performance.
Come hai saputo del bando di YouRban e cosa ti ha spinto a candidarti?
Sono venuta a conoscenza di YouRban tramite passaparola. Mi ha subito colpito l’attenzione alla ricerca e all’esplorazione dei materiali, un aspetto che sento molto vicino al mio percorso: oltre alla musica, infatti, pratico anche la scultura, e il rapporto con la materia è per me centrale e profondamente affascinante.
Ci descrivi il tuo progetto?
The Care Table è un oggetto di arredo urbano pensato per spazi outdoor che unisce una superficie scrivibile a due vasi integrati per piante. È progettato per invitare le persone a fermarsi, sedersi una di fronte all’altra e attivare momenti semplici ma significativi di interazione: scrivere, disegnare, parlare o prendersi cura delle piante. Il piano del tavolo presenta una decorazione incisa ispirata a un erbario, derivato dalla mia ricerca artistica, che permette un’esperienza tattile e sensoriale legata agli elementi naturali. Scrivere sulla superficie diventa così un gesto sia personale che collettivo, trasformando il tavolo in uno spazio di espressione e memoria condivisa. Il progetto mette insieme natura, relazione e materia, con l’obiettivo di generare piccoli momenti di connessione e attenzione all’interno dello spazio pubblico.
Da dove nasce l’idea? C’è stato un momento preciso, un’immagine, un luogo o un problema che ha acceso la scintilla?
L’idea nasce da una riflessione molto personale su ciò che, secondo me, manca nelle città oggi. Viviamo in contesti urbani sempre più veloci, densi e performativi, dove spesso non c’è spazio per fermarsi davvero. Ho percepito una mancanza di attenzione verso i bisogni del singolo individuo, soprattutto in relazione alla cura, alla salute mentale e alla possibilità di vivere momenti di pausa consapevole. Non c’è stato un momento preciso, quanto piuttosto una sensazione ricorrente: quella di attraversare spazi che non invitano a restare, ma solo a passare. Da qui è nata l’urgenza di immaginare un oggetto che potesse creare una piccola interruzione in questo ritmo, uno spazio semplice ma significativo in cui rallentare, entrare in relazione e prendersi cura — di sé, degli altri e dell’ambiente circostante.
Come entra la materia prima seconda nel tuo progetto?
La materia prima seconda è un elemento centrale del progetto, non solo dal punto di vista tecnico ma anche concettuale. L’oggetto è realizzato quasi interamente in fibre di vetro riciclate mescolate a resina, e questa scelta non è stata vissuta come un vincolo, ma piuttosto come una risorsa progettuale. Lavorare con un materiale di recupero ha orientato molte decisioni, sia in termini di processo che di forma, spingendomi a confrontarmi con i suoi limiti ma anche con le sue potenzialità. Allo stesso tempo, c’è una forte coerenza tra il materiale e il significato del progetto: così come il tavolo parla di cura, memoria e trasformazione, anche il materiale porta con sé una storia di riuso e nuova vita.
A chi è rivolto il tuo intervento? Chi immagini mentre lo usa, lo abita o ci passa davanti?
Il mio intervento è rivolto a tutti: abitanti del quartiere, persone di ogni età, dai bambini agli anziani. Immagino uno spazio aperto e accessibile, che possa essere attraversato e vissuto nella quotidianità, ma anche diventare un’occasione per fermarsi e incontrarsi. L’idea è quella di un dispositivo relazionale, capace di favorire connessioni spontanee tra le persone.
Cosa sta succedendo adesso, durante la residenza? In che fase sei e cosa stai sperimentando?
In questo momento il lavoro è nella sua fase finale: sto assemblando i vari pezzi che lo compongono e poi sarà pronto per essere impacchettato e spedito a Barcellona.
Se il tuo progetto funzionasse esattamente come lo immagini, cosa cambierebbe, anche di poco, nella vita delle persone che lo incontreranno?
Se il mio progetto funzionasse esattamente come lo immagino, anche piccoli gesti quotidiani potrebbero cambiare la percezione dello spazio urbano. Contribuirebbe a rendere il quartiere più vivo e accogliente, favorendo l’incontro tra le persone e creando occasioni di relazione spontanea. Allo stesso tempo, offrirebbe momenti di pausa e cura, sia verso sé stessi che verso ciò che ci circonda, incluse le piante e gli elementi naturali presenti nello spazio.
Cosa pensi che il design e l’arte possano fare per la città che la politica o l’urbanistica da soli non riescono a fare?
Credo che arte e design possano agire su una dimensione più intima e relazionale della città, che spesso la politica e l’urbanistica, da sole, non riescono a raggiungere. Possono creare spazi di esperienza, incontro e immaginazione, in cui le persone non sono solo utenti di uno spazio ma partecipanti attivi.
Contatti
Instagram: @ginevrabattaglia







