DIAPHRAGM
Ideato e realizzato da ILARIA MARZANO
Progetto: YOURBAN
Il progetto europeo YouRban ci ha permesso di entrare in contatto con otto creativi italiani che hanno fabbricato il prototipo di un elemento di arredo urbano a WeMake. Gli otto creativi sono i vincitori di una call dedicata a progetti realizzati con una materia prima seconda derivata da fibre di vetro.
Ciao Ilaria, raccontaci qualcosa su di te
Sono, designer con base a Milano. Ho una formazione in architettura, ma negli ultimi anni ho spostato la mia pratica verso il communication design e la data art, fondando Humap: un progetto in cui esploro il rapporto tra dati, mappe e narrazione visiva. Mi interessa tradurre informazioni complesse in immagini che siano allo stesso tempo leggibili ed emotive. Lavoro tra infografiche, installazioni e illustrazione, cercando di rendere visibile ciò che normalmente resta invisibile – dati, processi, dinamiche – e trasformarlo in esperienza.
Come sei venuta a conoscenza di YouRban e cosa ti ha spinto a candidarti?
Ho scoperto YouRban mentre cercavo un contesto in cui spingere la mia ricerca fuori dal formato bidimensionale, mettendola in relazione con lo spazio urbano. Lavorare su un ex sito industriale come quello della Bovisa e del Bosco La Goccia, oggi al centro di un processo di rigenerazione, mi è sembrato il terreno ideale per intrecciare un interesse nato durante l’università con la mia pratica attuale: il design delle informazioni. Mi interessava capire cosa succede quando i dati escono dal grafico e iniziano ad abitare la città. Se possono diventare parte dello spazio, colmare non solo vuoti fisici ma anche vuoti di comprensione. La dimensione collaborativa e la possibilità di lavorare con materiali riciclati hanno reso questo progetto ancora più coerente con la mia ricerca.
Ci descrivi il tuo progetto?
Diaphragm è un sistema modulare di pareti temporanee che trasforma le barriere urbane in interfacce leggibili. Nasce per rendere visibili processi che normalmente restano nascosti, come la rigenerazione ambientale del Bosco La Goccia.
Il muro non è composto da mattoni, ma da piastrelle quadrate in materiale riciclato che funzionano come tessere di un mosaico: una superficie di dati fisici, manipolabili. Possono essere toccate, ruotate, esplorate e dialogano con contenuti digitali. Oltre a trasmettere informazioni, il progetto cerca di attivare una relazione: trasformare un elemento di separazione in uno spazio di interpretazione, gioco e scoperta.
Nasce da una frase: “Dietro questo muro c’è il Bosco La Goccia.” L’ho vista tempo fa su una recinzione del sito. Mi ha colpita perché non descriveva solo un luogo, ma una condizione: qualcosa che esiste, ma non è accessibile. Mi ha fatto pensare a quanto spesso anche i dati funzionino così, presenti, ma nascosti, separati da barriere fisiche e comunicative. Diaphragm nasce da lì: dal tentativo di rendere quel limite attraversabile, almeno simbolicamente.
Come entra la materia prima seconda nel tuo progetto — è un vincolo, una risorsa o qualcosa d’altro?
Non è solo una scelta tecnica, ma narrativa. Il materiale riciclato porta con sé un’idea di trasformazione, di seconda vita, ed è perfettamente allineato con il contenuto del progetto, che parla di rigenerazione. C’è una coerenza tra ciò che il progetto racconta e ciò di cui è fatto. Allo stesso tempo, mi ha permesso di progettare elementi su misura: le piastrelle non sono neutre, ma pensate per integrare il movimento, la rotazione, l’interazione. Le imperfezioni, le variazioni cromatiche, la materia stessa rendono visibile il processo e avvicinano l’oggetto alle persone.
A chi è rivolto il tuo intervento? Chi immagini mentre lo usa, lo abita o ci passa davanti?
A chi passa, senza cercare niente. Passanti, residenti, curiosi, anche chi normalmente non si fermerebbe davanti a un’informazione strutturata. Mi interessa intercettare chi non leggerebbe un report, ma si lascia incuriosire da un oggetto. Immagino un’interazione spontanea: qualcuno si ferma, tocca, gira un modulo, scopre qualcosa quasi per caso. Un gesto semplice, ma capace (forse) di lasciare una traccia.
Cosa sta succedendo adesso, durante la residenza? In che fase sei e cosa stai sperimentando?
Sono nella fase finale della prototipazione. Sto lavorando sulla finitura e sulla componente grafica delle piastrelle. A WeMake abbiamo sviluppato una texture per migliorare la leggibilità delle incisioni laser. Ora sto affinando i dettagli materiali, mentre in parallelo definisco i contenuti digitali. È una fase in cui metto a sistema tutto e mi assicuro che tutti gli elementi parlino la stessa lingua.
Se il tuo progetto funzionasse esattamente come lo immagini, cosa cambierebbe — anche di poco — nella vita delle persone che lo incontreranno?
Mi piacerebbe cambiare – anche solo leggermente – il modo in cui entriamo in relazione con i dati. Passare da una fruizione passiva, spesso mediata da uno schermo, a un’esperienza fisica, attiva, quasi tattile. Più in generale, ridurre la distanza tra chi produce dati e chi li vive. Renderli accessibili, comprensibili, ma anche coinvolgenti. Se qualcuno imparasse qualcosa sul luogo in cui vive – magari senza accorgersene, quasi giocando – sarebbe già abbastanza.
Cosa pensi che il design e l’arte possano fare per la città che la politica o l’urbanistica da soli non riescono a fare?
Design e arte possono rendere visibile ciò che altrimenti resta astratto. Possono tradurre processi complessi in esperienze condivise. E soprattutto, possono costruire un ponte tra istituzioni e cittadini, ma in entrambe le direzioni: rendere i processi leggibili dall’alto verso il basso, e allo stesso tempo dare forma e visibilità ai bisogni che emergono dal basso.
Il caso del Bosco La Goccia è emblematico: da spazio dimenticato a luogo riconosciuto, grazie all’attivazione di comunità e associazioni. Arte e design possono stare in mezzo a questo passaggio, come strumenti di mediazione, ma anche di attivazione.
Contatti:
- Instagram : humap_
- Sito web di Ilaria Marzano
















